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I am as Dusk come to Ravish
the Light
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Cradle of Filth - Malice through
the Looking Glass
Lover
Of Darkness
Bloody Love:
Invocation from the Grave
Elizabeth, cara Elizabeth,
ricordi quella magica notte? Un anno è già passato, ma
io mai potrò dimenticare. Avvicinati, mio dolce angelo, c'è
qualcosa che ti voglio raccontare. In nome del nostro amore, siedi qui,
su questa pietra, accanto a me. Le nostre essenze sono differenti oggi
come allora, vuoi quindi donarmi un poco del tuo infinito tempo?
Rammenti il nostro incontro, quella notte di Luna Piena? Ti muovevi
silenziosa tra le ombre della città addormetata, ti confondevi
tra di esse, tanto che, da principio, nemmeno ti scorsi. Poi, quando
anche l'ultimo fioco bagliore di una finestra lontana si spense, tu
uscisti dalle ombre.
Fu allora che ti vidi, ferma nel mezzo della piazza deserta, al centro
di un mondo che poteva essere solo tuo. Ti lasciasti scivolare addosso
gli argentei raggi della Luna, ed essi impreziosirono il tuo lungo abito
nero, splendettero sui tuoi capelli di seta, carezzarono il tuo pallido
viso. Eri bellissima, Elizabeth.
E quando ti vidi...fu come un lampo improvviso, il cuore mi balzò
nel petto e come per un incanto non potei fare altro che desiderarti,
amarti.
Ah! Ma che amore potevo donarti, Elizabeth? Allora non sapevo chi tu
fossi, in quel momento tutto il mio essere desiderava solamente prenderti,
stringerti, per farti mia e non lasciarti andare mai più. E forse
tu questo lo sapevi, forse è questo il motivo che ti ha spinto
a fare questo di me. Ti prego, rivelamelo, Elizabeth.
Ero davanti al portone della mia casa quando ti vidi, ferma al centro
della piazza, il tuo elegante viso voltato verso di me, a guardarmi.
Era molto tardi, ma non potei costringermi a rincasare senza prima tentare
ad avvicinarmi a te.
Comincai a muovermi nella tua direzione, Elizabeth, e nell'immenso silenzio
della notte i miei passi risuonavano troppo chiaramente, sembravano
scuotere ogni piastrella del selciato, ogni mattone delle case attorno
a noi. Ad ogni passo temevo di vederti fuggire come un animale selvatico,
senza sapere che sarei stato io a dover fuggire da te. Ma tu rimanevi
ferma, Elizabeth, il tuo sguardo saldo su di me. Ti raggiunsi, e quando
fui di fronte a te mi dicesti: "Non dovresti sater fuori casa a
quest'ora della notte. E' pericoloso." Sorridesti lievemente, solo
un accenno delle tue elaganti labbra, prima di aggiungere "Ti stavo
aspettando, Edward."
Rimasi sbalordito nel sentirti pronunciare il mio nome, ma non ti chiesi
come tu ne fossi a conoscenza. Fosti tu a continuare. "Da molto
sapevo che ci sarebbe stato un tempo per questo nostro incontro, Edward.
Il mio nome è Elizabeth."
Ti osservai con attenzione. Il tuo viso di madreperla non dimostrava
più di vent'anni, le tue eleganti labbra erano sottili, di un
tenue color lilla, come un tenero bocciolo in un campo coperto di neve,
i tuoi occhi erano argento vivo e mi fissavano, sicuri. Nonostante il
tuo viso così giovane, il tuo sgrado senza età non tradiva
alcuna timidezza.
Elizabeth, bellezza sovrannaturale, vederti mi faceva pensare al mare
in tempesta.
Mi bastò ancora un solo istante, lì a contemplarti, per
trovarmi totalmente dominato dal travolgente sentimento per te. E quando
mi chiedesti col tuo sorriso, lieve come una piuma sul tuo soave viso,
di seguirti, lo feci con la gioia di uno spasimante ricambiato.
Elizabeth, dolce creatura, quale fu l'incantesimo che lanciasti su di
me quella fatale notte? Fu forse solo il tuo sorriso ammaliatore a rendermi
schiavo della tua volontà, a sedurmi in modo così completo?
Quando ti porsi la mano, la prendesti delicatamente nella tua, così
fredda e liscia, conducendomi in quel luogo senza nome, senza tempo,
quel luogo che era forse solo un'illusione di sogno.
Elizabeth, mai potrò dimenticare il dolce profumo che pervadeva
l'aria attorno a noi, il profumo di un amore destinato all'eternità.
Così è per me, forse non per te?
Quel luogo magico sarà ritratto per sempre nella memoria della
mia anima, quel giardino segreto che attendeva solo noi, rifugio per
una coppia di novelli amanti.
Un sentiero di candide pietre vi conduceva, oltrepassando un elegante
arco scolpito nella siepe, ed entrava in quel paradiso nascosto. Folti
alberi, le cui nere chiome si stagliavano come ombre di giganti nel
cielo rischiarato dalla Luna, celavano un roseto in fiore, la romantica
cornice di quella grossa seduta di candido marmo scolpito in uno splendido
motivo floreale, in cima a pochi gradini, come un prezioso santuario.
I raggi argentati della Luna illuminavano tutto il giardino, regalando
agli occhi spettacolari effetti cromatici. Ricordi, Elizabeth, lo splendente
colorito di quei petali? E la brillante sfumatura sulle foglie umide
di rugiada?
Ti sedesti su quel grande marmo perlaceo, nel tuo giardino segreto,
mentre io coglievo per te la rosa più bella, pegno del mio amore.
Ma facendolo con le mie dita nude, un'acuminata spina mi graffiò,
così porgendoti quel mio dono una goccia del mio sangue stillò
dalla mia mano, rossa come i petali che ti offrivo, ma diversamente
profumata.
Dimmi, Elizabeth, cosa fu, allora, a scatenare la tua furia omicida?
Fu forse l'invitante profumo del mio sangue umano?
Posai la mia mano sulla tua, gelida come una notte d'inverno. I miei
occhi percorrevano ogni linea del tuo dolce viso, febbricitanti di un
amore che non potevo più trattenere. Il mio sguardo si fermò
un attimo sulle tue seducenti labbra viola, e non potendo resistere
oltre mi chinai per baciarle.
Ma fosti tu, Elizabeth, a baciare me. Mi sorridesti ancora, ma questo
tuo nuovo sorriso fu più ampio, tanto da lasciare che un raggio
di Luna rilucesse sui tuoi candidi denti appuntiti. Un brivido mi corse
lungo la schiena, ed il gelo di morte delle tue mani mi entrò
nel corpo, agghiacciandomi.
Elizabeth, in quel momento compresi che eri il mio Angelo della Morte,
venuto a porre fine alla mia esistenza in questo mondo, ma non potei
scappare. Per il sentimento che avevo ed ho per te avrei affrontato
anche la morte ed il Giudizio Universale, se necessario, solo per stare
con te.
Fosti tu, allora, a chinarti verso di me, il tuo soave viso volto elegantemente
verso il mio collo, mentre il tuo abbraccio mi teneva immobile, inerme,
pronto al tuo appassionante e letale bacio. Mi abbandonai tra le tue
braccia, mi abbandonai alle sensazioni che le tue gelide labbra provocavano
sulla mia pelle. Urlai, quando i tuoi denti aguzzi mi perforarono il
collo, sentii il sangue pulsante di vita, della mia vita, correre verso
quei due fori, correre verso di te, negli occhi solo tu, immobile ad
attendermi nella piazza deserta, nelle narici il dolce profumo delle
rose rosse ed il tuo, profumo di desiderio, così seducente. Dolorosamente,
tutta la vitale linfa rossa che scorreva nelle mie vene mi fu sottratta
dal tuo bacio assassino, e la sensazione che pervadeva il mio essere
negli ultimi momenti di vita fu quella che ogni mio desiderio fosse
appagato in un solo, stupendo istante.
E allora ti vidi veramente, dalla forma che tu mi hai costretto ad assumere
per l'eternità, ti vidi come sei, Elizabeth, seduttrice di ignari
esseri umani, infernale ed ammaliante creatura, angelo sanguinario ed
assassino. Ti vidi, ancora sdraiata su quella pietra, sdraiata sul tuo
antico sepolcro, il mio corpo senza vita ancora tra le tue braccia.
Ti vidi sollevare il tuo viso perfetto, e lentamente ti voltasti verso
il mio spirito, le tue labbra ora piene e scarlatte, lo sguardo assassino
nei tuoi occhi d'argento.
Elizabeth, già è trascorso un anno, ed ora ti chiedo quello
che da quella notte fatale mi tormenta l'anima. Qui, dalla dimora costruita
per l'eterno riposo del mio corpo, ti domando perchè quella notte,
Elizabeth, non hai scelto per me un'altra vita eterna.
Tu non fai altro che alzarti, e ferma davanti al mio sepolcro, mi osservi
con aria sprezzante e mi dici: "Dovevo, Edward. Tu forse un giorno
avresti inflitto la crudele luce del giorno alla mia pelle, come io
ho fatto a chi mi ha donato questa esistenza."
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L ¤ D †¤:..:]°.¸.·´¯)°
February 2004

Condanna a Morte
Attendevo, guardando la pioggia sottile cadere
lentamente sulla città silenziosa. Attraverso le sbarre della
mia gelida cella vedevo la piazza deserta nelle ultime ore della notte,
illuminata dalla luce arancio dei lampioni, che si rifletteva sul selciato
bagnato, brillava tra le gocce posate sulle panchine di ferro ai lati
della piazza, baluginava tra le chiome folte degli alberi e rimbalzava
sulla facciata di mattoni rossi della chiesa. Il campanile si stagliava
nel cielo nero e senza stelle, illuminato da fari gialli che lo tingevano
di una tonalità quasi irreale.
Pensavo alla mia vita, ormai agli sgoccioli. Le mie ultime ore mi scorrevano
tra le mani rapidamente, senza che io potessi fare nulla per fermarle.
Già, che idiozia, il tempo non si poteva fermare, ma il senso
di impotenza che provavo nei riguardi della mia esistenza mi faceva
sperare persino che accadesse qualcosa di impossibile. Come per rubarmi
anche quell'ultima, assurda illusione, il campanile si mise a battere
l'ora. Le tre del mattino. Mancavano ancora solo due ore.
Allora sarebbero venuti a prendermi per accompagnarmi nell'ultimo luogo
che avrei visitato. Poi i miei occhi sarebbero stati chiusi da mani
fresse e sconosciute, e così sarebbero rimasti...per sempre.
Ero stato condannato alla pena capitale per un crimine che non avevo
commesso.
Tutto questo era assurdo. Nei brevi giorni della mia reclusione non
avevo fatto altro che pensarci. Avevo solo trent'anni, un lavoro onesto
ed una casa di mia proprietà, una posizione modesta ma rispettabile.
E lei.
La conoscevo da poco, ma mi ero affezionato a lei quasi subito. Pur
non sapendo nulla o quasi di lei ero caduto ben presto sotto l'incantesimo
dei suoi occhi brillanti e senza tempo, e Lucretia mi aveva assecondato
cercando la mia compagnia ogni notte di quegli ultimi due mesi.
Fino a quella notte maledetta.
Erano le quattro passate quando lei bussò
alla mia porta. Fuori pioveva, e i suoi capelli rossi, solitamente così
morbidi e vaporosi, le cadevano fradici e appiccicati sul bel viso,
dall'espressione nervosa ed agitata in quel momento, sulle spalle, sul
collo bianco. Lucretia appariva come sconvolta, impaurita per qualcosa
che non volle spiegarmi nonostante le mie domande cariche di ansia per
lei. Mi chiese solamente di ospitarla per la notte ed il giorno seguente,
senza fare domande. Nei due mesi precedenti Lucretia ed io ci eravamo
visti solamente di notte dietro sua richiesta, ed io l'avevo sempre
accontentata. Ora cercava un posto dove stare per il giorno, un luogo
dove nessuno l'avrebbe disturbata, e contava su di me perchè
io non le facessi domande. Mi implorò quasi, quella notte, offrendomi
qualunque ricompensa io avessi voluto, ma sorridendole le dissi di non
pensare minimamente a sciocchezze simili, le assicurai che nella mia
casa non avrebbe avuto nulla da temere.
Lucretia non si fece ripetere l'invito una seconda volta. Entrò
e si asciugò mentre io le preparavo la camera. Conversammo un
poco, ma lei non volle rivelarmi cosa le era successo perchè
fosse costretta a cercare ospitalità da me, e io decisi di non
insistere. Inoltre si era fatto molto tardi e alle otto in punto sarei
dovuto uscire per andare al lavoro. Entrambi andammo a riposare.
Mi ero alzato da poco e mi stavo sbarbando quando il campanello suonò
nuovamente.
"Chi è a quest'ora del mattino?" borbottai tra me,
andando alla porta.
- Si?- dissi poi ad alta voce.
- Polizia, apra per favore!
- Un attimo solo! - mi infilai frettolosamente una camicia sopra ai
pantaloni e aprii. Mi trovai di fronte due agenti in uniforme che mi
mostrarono il distintivo porgendomi un documento
- Conrad Wilkins? Abbiamo un mandato per perquisire il suo appartamento.
Ci è stato segnalato che Lucretia VonHainkin potrebbe essere
trattenuta qui contro la sua volontà.
- Lucretia? Ma...
- Faccia silenzio. - mi intimò uno degli agenti con aria minacciosa,
mentre il suo collega spariva nelle stanze della mia casa con il mandato
stretto nel pugno come un'arma. - La sua è una brutta posizione.
L'altro poliziotto fece ritorno all'ingresso. - Chiama la centrale,
Riley. Lucretia VonHainkin è nell'altra stanza. E qui abbiamo
il suo assassino.
Così fui arrestato. La sentenza fu emessa quasi subito: omicidio
premeditato e sequestro di persona, senza dimenticare l'occultamento
di cadavere, condanna alla pena capitale. Esecuzione praticamente immediata:
ero in cella da poco più di una settimana e la sedia elettrica
era pronta ad accogliermi tra le sue gelide braccia per lasciarmi andare
solamente quando ormai la mia vita fosse stata interrotta per sempre.
Da quando ero rinchiuso in quella gelida cella non avevo fatto altro
che pensare e ripensare a tutto quello che era accaduto. Lentamente,
avevo realizzato che ogni mio progetto per il mio futuro non sarebbe
mai stato compiuto, che la donna di cui ero innamorato era morta ed
il suo seducente sorriso era ormai spanto per sempre, che io ero stato
accusato di un crimine che non avevo commesso solo per aver esaudito
una tanto accorata richiesta d'aiuto di quella stessa donna che non
avrei osato toccare nemmeno con un fiore.
Il campanile battè nuovamente le ore, strappandomi a quell'ennesima
riflessione sull'assurdità di quegli ultimi giorni. Le quattro
del mattino. mancava sempre meno alla mia ingiusta fine ed il tempo
sembrava scapparmi via troppo velocemente.
Decisi di trascorrere la mia ultima ora pregando. Non ero mai stato
un devoto osservante della fede, ma speravo che, se la giustizia umana
mi aveva condannato per un crimine che non avevo commesso, quella divina
avrebbe invece riconosciuto la mia innocenza.
Non sapendo da dove cominciare, decisi di rivolgermi a Lucretia stessa.
Mi concentrai e la vidi attraverso i miei occhi chiusi, un'immagine
vivida e quasi reale nella mia mente, e mormorando tra me la pregai
di salvarmi da quell'ingiustizia con tutta la forza di una disperazione
e di un dolore mai provati prima di quel momento, che mi attanagliavano
il cuore stringendolo in una morsa d'acciaio, mentre lacrime bollenti
mi correvano giù per le guance fredde, bagnavano la barba incolta
dei giorni della prigionia, cadevano sulle mie mani giunte e sulle ginocchia,
mentre il rombo assordante del mio sangue mi tuonava nelle orecchie
e mi pulsava sulle tempie e sulla nuca nel silenzio della cella buia.
Un lieve picchiettare sul vetro della finestra mi riscosse. Una mano
bianca stava bussando, intrufolata tra le sbarre. Dietro la mano, un
volto. E una cascata di capelli rossi.
- Lucretia? - ero incredulo. Lei era morta, per questo dovevo morire
anch'io. Lei non poteva essere li.
- Conrad! - mi chiamò - Apri, presto!
Temendo di essere stato colpito da un'allucinazione o di essere impazzito
per la prigionia, mi ritrovai a spalancare i vetri della finestra, ed
una nuova ondata di gelo invase la cella, facendomi rabbrividire. Lei
si affacciò ancora al di là delle sbarre.
- Lucretia!? Ma allora sei viva! Mi hanno detto che eri morta, mi hanno
condannato...
- Calmati, Conrad
- ...e invece sei viva, diglielo, diglielo che non ti ho uccisa diglielo
Lucretia...
- Conrad basta così
- ...ti prego...
- Ora basta! - i suoi occhi blu mi fulminarono, facendomi zittire immediatamente.
Sbattei le palpebre, incredulo, quando vidi una nuvola di nebbia dalla
forma vagamente umana entrare come sospinta da un soffio nella mia cella,
e quasi svenni quando dalla nebbia appave Lucretia in carne ed ossa,
esattamente di fronte a me.
- Conrad, - mi disse, tranquilla - ci ho messo un po' a trovarti, ma
alla fine eccomi qui. Appena in tempo vedo.
Fece una pausa, poi con un nuovo tono, gelido, nella voce, aggiunse
- Così non vuoi essere una vittima innocente della corrotta giustizia
umana, eh? Beh, come posso darti torto, tu non mi hai uccisa. Ma è
ora di rivelarti qualcosa di me che ancora non sai, Conrad. - mi fissò
negli occhi - Io sono un vampiro.
Rimasi allibito, senza parole. La guardai incredulo e a un tratto nella
mia mente tutti i tasselli del mosaico andarono insieme, rispondendo
alla domanda che inconsiamente continuavo a pormi da quando l'avevo
conosciuta: "ma lei...chi è?"
Mi ricordai di aver letto la notizia di aver letto la notizia sul giornale
poco più di un anno prima. La nobile Lucretia VonHainkin era
scomparsa nel nulla da un giorno all'altro, senza dare più notizie.
La sua famiglia la cercava ancora disperatamente.
Lucretia sogghignò crudelmente, vedendo la comprensione di tutto
l'accaduto espandersi sul mio viso, assieme allo stupore che ancora
non mi abbandonava.
- Conrad, - riprese lei, fredda ed impassibile. - nelle tue preghiere
hai chiesto di essere giudicato correttamente, visto che la giustizia
umana ti ha condannato ingiustamente. Io farò in modo che la
la sentenza degli uomini non abbia esecuzione.
Lucretia tese le lunghe braccia candide come il latte verso di me, avvicinandosi.
Il suo bel viso aveva un'espressione inquietante, famelica, incorniciata
dalla massa leggera ed ondulata dei suoi capelli colore del fuoco.
Io ero come sotto l'effetto di una droga mentre lei veniva verso di
me schiudendo le labbra rosse e seducenti, incapace di muovermi, di
reagire, di dire qualunque cosa. Un ultimo brivido gelido mi corse lungo
la schiena, poi Lucretia mi abbracciò ed io non potei fare a
meno di stringere le mie braccia attorno al suo corpo snello, perdendomi
nel suo ammaliante profumo. Mi baciò dolcemente il collo con
le sue labbra fredde, poi un dolore lancinante mi colpì nello
stesso punto che lei aveva delicatamente sfiorato un attimo prima.
Rimasi immobile, mentre Lucretia rubava la mia vita, sottraendola sia
a me che alla sedia elettrica.
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L ¤ D †¤:..:]°.¸.·´¯)°
March 2004
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"I'm waiting
In my cold cell
When the bell begins to chime
Reflecting on my past life
And it doesn't have much time
'Cause at five o' clock
They take me to the Gallow's Pole
The sands of time
For me are running low...
Motherfuckers!"
Hallowed be Thy Name - Iron Maiden - Cradle
of Filth
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L'Ultima Alba - Dawn of Eternity
Il manto oscuro della notte scivolava lentamente
verso ovest, scoprendo il chiarore che delicatamente si accende ad est,
dapprima un tenue giallo illumina il cielo, per lasciare poi posto ad
ampie pennellate rosso-arancioni che tingevano il mattino. L'aria era
frizzante e pungente, fredda in quell'estate calda ed avvolgente.
Era l'alba di un nuovo giorno per il mondo, per Agatha l'alba di una
nuova vita.
L'alba dell'eternità.
Agatha sedeva tranquilla sul granito di una vecchia panchina lungo il
fiume, a contemplare lo spettacolo naturale che si ripeteva ogni giorno
da milioni di anni, con un'attenzione che mai vi aveva riservato nei
suoi ventidue anni di vita mortale. E quello spettacolo, non l'avrebbe
visto mai più.
Osservava il sole nella sua straordinaria ascesa verso la volta del
cielo, senza percepire il freddo pungente dell'aria del mattino nè
quello penetrante della pietra su cui sedeva. La sua mente era totalmente
assorta nell'ammirazione dell'astro diurno, ormai un grande semicerchio
di fuoco al di sopra dell'orizzonte dipinto d'arancio, i pensieri di
Agatha erano concentrati nell'ultimo, solenne saluto a quella luce calda
che l'aveva riempita di gioia quando era bambina.
Non avrebbe mai più rivisto la luce del sole. L'aveva barattata
per la vita eterna. Il suo corpo stava mutando rapidamente, e ben presto
sarebbe dovuta andare a cercare rifugio da quei raggi brucianti che
l'avrebbero uccisa.
Ma quella era la sua ultima alba, mai vi avrebbe rinunciato, perchè
il ricordo di quel momento sarebbe rimasto impresso nella sua mente
per sempre, indelebile ed immortale, come lei.
Così, mentre la sua memoria dipingeva il qudro di quel momento,
i pensieri ripercorrevano il percorso che Agatha aveva compiuto sino
alla notte precedente. Rivisse la sua infanzia di bimba sognatrice e
piena di fantasia, capace di creare un gioco fantastico dal nulla, capace
di vivere emozionanti ed intense avventure con la sola forza della sua
immaginazione. Il suo corpo crebbe, lasciando intatta la capacità
creativa della sua mente, che impreziosiva con un pizzico di dolce illusione
ogni nuova esperienza, rendendo così Agatha una appassionata
amante della sua vita mortale, tanto che quell'umano dono così
fragile ed effimero le pareva forte e indistruttibile. Nei suoi ricordi
le stagioni cominciarono a susseguirsi sempre più rapidamente,
fino a giungere agli ultimi anni prima di quella notte fatale che tanto
sapeva di un destino finalmente compiuto.
Agatha aveva vissuto i suoi ultimi anni in un clima di totale cambiamento,
quasi una rivoluzione attorno a lei, che si difese come meglio poteva
dai duri attacchi di quella stessa vita che tanto aveva amato celando
le sue emozioni, nascondendo i sogni e i desideri nel cassetto più
recondito del suo cuore per impedire a chiunque, se stessa compresa,
di ferirli o distruggerli.
E dopo tanto tempo di duri combattimenti per strappare un briciolo di
buone emozioni mortali dal mondo così crudele e doloroso attorno
a lei, quell'incontro. Il suo assalitore l'aveva colta totalmente di
sorpresa, la notte precedente, proponendole uno scambio che Agatha non
potè rifiutare, perchè tanto era il suo desiderio di qualcosa
di nuovo, completamente diverso da ciò che aveva vissuto sino
a quel momento. E lui in ogni caso le aveva chiesto di compiere una
scelta definitiva senza darle quasi il tempo di pensare.
Agatha aveva spalancato le braccia, sottoscrivendo l'invito che già
inconsapevolmente aveva rivolto a quell'oscura creatura. E lui l'aveva
abbracciata violentemente, senza lasciarle spazio per la fuga o il ripensamento,
stringendola tanto da toglierle il respiro, regalandole il bacio più
doloroso e passionale della sua giovane vita.
Mentre la vista si appannava sotto un velo nero, Agatha sentiva la sua
vita scorrerle via tra le dita ormai incapaci di trattenerla. Il suo
corpo veniva come svuotato, donandole la terribile agonia della morte
mista ad una sensazione di piacere così esaltante e travolgente,
mostrandole ogni possibile emozione umana amplificata ad un livello
quasi divino.
Agatha ansimava, aggrappandosi all'ultimo, sottile filo che la legava
alla vita mentre il cuore prendeva a rallentarle dolcemente, inesorabilmente.
La paura si insinuava nei suoi pensieri stanchi, insieme all'impotenza
di fronte a ciò che le stava accadendo, per lasciare poi posto
all'agonizzante passione di quegli ultimi disperati istanti di vita
umana, amata nella sua dolcezza e crudeltà, con le sue gioie
e i dolori, con le sue emozioni e i tradimenti che mai si cancellano.
La disperazione prese il sopravvento nel battito sempre più lento
ed aritmico del suo cuore, ed Agatha non desiderò altro che morire,
mentre l'oscura creatura che le aveva regalato quel devastante abbraccio
allentava la morsa fatale delle forti e gelide braccia sul corpo di
donna sospeso tra la vita e la morte.
Gocce calde le caddero tra le labbra schiuse negli ultimi, deboli respiri,
ed Agatha le assaporò, sentendo accendersi in lei un desiderio
mai conosciuto prima, bramosia per quella linfa che le restituiva la
vita, cambiata nella sostanza per l'inizio di una nuova esistenza. Le
venne offerto ancora quel nettare divino e Agatha lo bevve avidamente
in un turbinio di sensazioni di esaltante piacere, di appagazione e
nuovo desiderio sempre più acuto e pungente fino a quando quel
dolce nutrimento le fu tolto.
"Ora basta." le sussurrò all'orecchio la voce calda
e suadente dell'ombra che l'aveva abbracciata, prima di lasciarla sola
per permettere alle tenebre di avvolgerla e farla loro per sempre.
Il buio celò Agatha tra i suoi veli di oscurità e la morte,
ironica e beffarda, accolse famelica la vita appena spezzata.
Quando si risvegliò, Agatha era sola. Era consapevole di ciò
che era successo e percepiva chiaramente il rapido mutamento del suo
corpo. Ma aveva ancora un briciolo di tempo, un frammento infinitesimale
di quella che sarebbe stata la sua nuova vita, un istante da scolpire
per sempre nella sua memoria.
La sua ultima alba.
E così, si era ritrovata seduta davanti a quello spettacolo naturale,
conscia di aver barattato la luce del Sole per l'eternità tra
le tenebre.
Un calore lieve ed appena percettibile le sfiorò la pelle, mentre
il sole era ormai una sfera gialla e luminosa sopra l'orizzonte. Non
aveva più tempo. Agatha si alzò e diede le spalle all'astro
diurno e al suo splendore abbacinante, affrettandosi verso il rifugio
che l'avrebbe accolta durante il giorno, la culla della sua metamorfosi.
Si sarebbe riposata nel sonno della morte, preparandosi a soddisfare
il suo nuovo ed insaziabile bisogno dell'umana, rossa linfa vitale.
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L ¤ D †¤:..:]°.¸.·´¯)°
March 2004